Le elezioni europee di domenica rappresentano un passaggio importante sia per l’Unione europea, sia per il risvolto nazionale che immancabilmente i risultati avranno. Per LSDP sono ancora più speciali. Non tanto perché LSDP è il partito che sembra destinato a vincere in Lituania. È solo un’omonimia. Le elezioni sono speciali perché il nostro Paolo Sinigaglia  è candidato con il Partito Democratico per un posto a Strasburgo. Il 9 aprile quando la candidatura fu ufficializzata Paolo la prese così:

Oggi, alla vigilia del voto, proviamo ad approfondire con Paolo le idee della sua campagna.

LSDP: Per anni, l’Italia è stata molto europeista, anche se spesso più a parole che nei fatti. A tale europeismo non corrispondeva però una chiara consapevolezza di cosa la dimensione europea significasse davvero per l’Italia. In epoca di crisi, l’Italia si sta invece scoprendo un po’ eurofobica ma soprattutto eurocritica. Per che tipo di rapporto tra Italia e UE ti proponi di lavorare?

Sono sempre stato per il metodo comunitario anzichè quello intergovernativo: preferisco pensare agli interessi dell’Europa (che alla fine coincidono con gli interessi dei cittadini europei) anzichè agli interessi del mio paese messo in contrapposizione con gli interessi degli altri paesi europei. L’Italia che ho in mente non va a picchiare i pugni sul tavolo per ottenere chissachè ma lavora costantemente a Bruxelles nelle commissioni, nelle direzioni generali per portare avanti gli obiettivi europei e far presente i contributi italiani alla costruzione europea.

LSDP: I principali obiettivi raggiunti in cinquant’anni d’integrazione europea sono stati la pacificazione del continente e il notevole progresso economico raggiunto. L’opinione pubblica (vedi anche reazioni al premio Nobel) sembra avere completamente dimenticato la prima dimensione e associare l’Europa solo alla sfera economica. Cosa rispondi a chi dice, pensando solo agli ultimi anni, che l’Europa ci ha fatto più poveri e che dobbiamo difendere gli interessi nazionali in altro modo?

Joseph Weiler, il presidente dell’Università europea di Firenze dichiarò l’anno scorso in occasione della Festa d’Europa, il 9 maggio, che l’UE sta vivendo una crisi di successo. Infatti l’UE ha conseguito gli obiettivi che si era data nel dopoguerra ma non ha saputo costruire una narrazione altrettanto potente e non ha risolto il suo problema di legittimazione democratica. Se è vero che tra pochi anni nessuno dei paesi europei potrebbe più sedersi al G7 se prendiamo come riferimento il PIL, allora bisogna incamminarsi verso una costruzione federale. Helmut Kohl diceva che “Roma non è stata costruita in un giorno”, mentre Romano Prodi in occasione dei festeggiamenti per i 50 anni dei Trattati di Roma nel 2007 disse che l’UE è arrivata a metà percorso in mezzo secolo e che ci vorrà un altro mezzo secolo per completare il disegno di una struttura federale. Però di questo abbiamo bisogno: i cittadini europei devono sapere che dopo il voto la maggioranza vincente nel Parlamento europeo sosterrà un governo (la Commissione) che porti avanti delle politiche corrispondenti mentre il Consiglio che negli ultimi anni si è accaparrato la funzione di vero governo continentale (Schulz stigmatizza la “verticizzazione”, ovvero l’idea di prendere decisioni nei vertici dei capi di stato e di governo) dovrebbe diventare semplicemente una “Camera degli stati” che abbia solo funzioni legislative in coerenza con il principio della divisione dei poteri.

LSDP: Una difficoltà specifica per l’Italia nell’UE e’ che a causa del nostro livello di sviluppo economico e dell’allargamento, siamo nella pratica un contribuente netto, di fatto il terzo contribuente in termini assoluti dell’Unione, e non possiamo più aspettarci fondi ingenti (che per altro non riusciamo mai a spendere in maniera soddisfacente). Se l’Europa non porta più sussidi, cosa ci possiamo aspettare da lei?

In realtà nel settennato passato abbiamo avuto a disposizione 49 miliardi di € sui fondo strutturali e in quello futuro ne avremo 55 miliardi: il problema è che abbiamo saputo spenderne solo il 49%. In questo momento quindi il problema non è la carenza di fondi ma la carenza di visione nei progrtti di sviluppo da proporre unita alla carenza di capacità pratiche in grado di costruire la progettualità necessaria per impegnare i fondi: bisogna costruire una rete di “uffici Europa” nelle amministrazioni pubbliche con persone formate per questo scopo. In futuro probabilmente i fondi strutturali saranno minori ma ci sono altri strumenti che l’UE potrà usare per rilanciare l’economia, penso a “New deal 4 Europe”, un grande piano di investimenti europeo nell’economia sostenibile (energie rinnovabili, ricerca e innovazione, reti infrastrutturali, agricoltura ecologica, protezione dell’ambiente e del patrimonio culturale) da realizzare mediante un piccolo aumento del bilancio della Commissione (dall’1% all’1,5% circa) attraverso il conferimento di fiscalità a livello europeo (la Tobin tax, tassa sulle transazioni finanziarie già in vigore in diversi paesi e una Carbon tax, tassa sull’emissione di CO2 coerente col ruolo-guida del continente contro il riscaldamento globale), più una quota di Project bond per generare fino a 20 milioni di posti di lavoro, soprattutto nei paesi del sud Europa. Questo permetterebbe di prendere 2 piccioni con una fava: da una parte contribuirebbe ad uscire dalla crisi, dall’altra permetterebbe all’UE di tornare ad avere un’immagine positiva visto che si occuperebbe concretamente dei cittadini europei.

LSDP: Spesso si critica il basso profilo dell’Unione Europea nel mondo: siamo di fronte al paradosso che gli europei si aspettano più politica estera europea, ma i governi tendono ancora ad agire in un’ottica nazionale: che politica estera europea vedi possibile realizzare in un ragionevole futuro? E prima ancora, ha senso una politica estera europea o l’UE dovrebbe limitarsi, come nella visione anglosassone, alla sua dimensione di mercato?

L’ultima frontiera dell’integrazione riguarda proprio la politica estera e di difesa. Negli ultimi anni sono stati fatti passi avanti, ad esempio la creazione dell’Alto rappresentante, del Servizio per l’azione esterna e l’integrazione di tutti gli strumenti di difesa della vecchia UEO. Tuttavia questo non sembra sufficiente, nelel crisi internazionali manca ancora una voce unica dell’Europa e gli stati membri continuano a muoversi in maniera indipendente essendo gelosi della proprie prerogative in questi campi. Tuttavia i colossi emergenti a livello globale (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) non permettono più ai singoli stati europei di essere incisivi. Come si è visto nella vicenda Ucraina una politica estera comune è urgente e necessaria, insieme ad un esercito più integrato che potrebbe far spendere meglio i paesi membri ed ottenere capacità operative molto maggiori del presente. Naturalmente non sarà un processo veloce arrivare a questo punto ma si tratta di un ritorno al passato: l’integrazione europea partì dalla difesa e fallì nel 1954 quando l’Assemblea generale francese votò contro la CED a cui Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Jean Monnet avevano lavorato tanto.

LSDP: Da piu’ parti si richiede un’iniziativa europea per affrontare il tema dell’ingente flusso d’emigranti sulle coste mediterranee, senza pero’ precisarne i contenuti. Non credi che sarebbe piu’ utile precisare le richieste dettagliando azioni specifiche e realistiche da presentare all’UE? Tu cosa proporresti?

In realtà mi arrabbio quando vedo che gli stati membri si tengono gelosamente le loro prerogative in tema di immigrazione, diminuiscono (per la prima volta nella storia) il bilancio europeo e poi sparano sull’Europa che non fa niente. Abbiamo dichiarato nel 1985 con Shengen che esistono dei confini europei e poi non abbiamo dato strumenti e mezzi a Fontex per lavorare su quei confini. Allora si decida una buona volta che gli stati membri cedono sovranità e mettono in comune i fondi su questo settore all’UE e sono convinto che ci sarà chi si occupa meglio. Così si bloccherà il gioco delle parti, Schulz lo chiama “il gioco della colpa”, per cui i governanti nazionali danno la colpa all’Europa delle cose negative per mettere in migliore luce le proprie politiche. In Italia lo abbiamo chiamato “ce lo chiede l’Europa” ma è un gioco pericoloso che mina la stabilità di tutto il continente.

LSDP: La legislazione elettorale italiana e’ sempre più restrittiva in termini di espressione delle preferenza. In questo senso, le elezioni europee sono le uniche nel quale lo strumento ha un ruolo decisivo. Come si affronta un’elezione di questo tipo, in una circoscrizione grande come il nord – ovest, senza essere un volto noto della politica e senza avere accesso al primo piano della ribalta?

È difficilissimo infatti. Non ho mai amato lo strumento della preferenza: preferisco di gran lunga il meccanismo del collegio uninominale piccolo all’interno del quale è possibile davvero innescare una competizione elettorale. Sui collegi così grossi o si hanno gruppi organizzati che spingono la tua candidatura oppure devi mettere in conto un grande budget. Insomma io cambierei subito questa legge elettorale, tra l’altro ho spinto affinché si applicasse l’art.19 dello statuto che prevede “ampie forme di consultazione” per le scelte delle candidature che è stato nella sostanza disatteso dal PD.

Intervista pubblicata su Lo Spazio della Politica.

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