La sfida europea è la sfida della politica globale, una politica che si trova a dover affrontare movimenti di idee e persone che lo stato nazionale non è più in grado di gestire. Movimenti che attraversano il pianeta e che si propongono di cambiare il mondo. È la sfida, quindi, che mira a tenere assieme democrazia e libertà, con un unico e ambizioso obiettivo: che la volontà dei semplici cittadini sia determinante nell’assumere qualsiasi scelta politica.
L’Unione Europea può diventare uno spazio di azione con queste caratteristiche e può promuovere a livello globale la nascita di spazi simili.

Negli ultimi mesi ci siamo trovati di fronte all’ennesima evidenza della necessità di una politica estera comune europea, improntata sul ripudio della guerra e quindi sulla pace: la cartina di tornasole è stata, questa volta, la crisi in Ucraina. Attualmente gli stati aderenti all’Unione Europea sono ancora lontani dalla prospettiva di cedere quote di sovranità nazionali tali da spostare sull’Unione stessa la capacità di agire in maniera autonoma per quanto concerne gli affari esteri e la sicurezza. Di conseguenza l’Unione risulta ancora incapace di rivestire un ruolo di guida e di polo di bilanciamento all’interno delle dinamiche internazionali.

Il protagonismo, più o meno incisivo, dei singoli stati nazionali che compongono l’Unione Europea all’interno del contesto internazionale relega l’Unione tutta in una posizione subalterna, che inevitabilmente compromette la necessaria autorevolezza per potersi porre come attore e interlocutore credibile sullo scenario internazionale.

Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona avremmo dovuto registrare uno scatto in avanti in tale direzione. Questo, infatti, dedica ampio spazio alla politica estera dell’Unione europea, prevedendo ad esempio l’istituzione della figura dell’Alto rappresentante per gli Affari esteri, così come una politica di sicurezza comune e il Servizio europeo per l’azione esterna.

Al contrario, su questo tema il Trattato di Lisbona è rimasto lettera morta, poiché, nonostante siano stati adempiuti alcuni passaggi formali, non è mutato l’orizzonte della politica estera europea, rimasta ancorata ai suoi tradizionali limiti. Tra i fattori decisivi, oltre che l’incapacità politica di trovare un accordo sulla cessione di sovranità statuale, rientrano sicuramente le scelte di basso profilo politico operate nell’individuare le persone destinate a ricoprire i ruoli chiave della diplomazia europea, a partire dallo stesso Alto rappresentante, Catherine Ashton, che sarebbe passata da volto sconosciuto agli inglesi a volto sconosciuti a tutti gli europei, secondo i più critici. Queste scelte al ribasso mostrano chiaramente la scarsa volontà di investire sulla nascita di una politica estera europea.

A testimoniare come lo sguardo della politica estera europea sia rivolto più al proprio interno che alle sfide globali è il secondo rapporto presentato dal tedesco Elmar Brok, presidente della commissione Affari esteri del parlamento europeo, secondo il quale «il servizio per l’Azione esterna dell’Unione europea si è trasformato in un altro ramo di potere nella frastagliata macchina amministrativa dell’Unione. E, soprattutto, in una corsa per i diversi Stati membri a riempire i posti vacanti con i propri funzionari. La “diplomazia europea” conta infatti su un bilancio annuo di 489 milioni diviso tra 139 delegazioni (ambasciate) e 3.417 dipendenti. Soprattutto dirigenti: “Troppi strati sovrapposti di decisori”, ha sintetizzato il rapporto degli eurodeputati».

L’esercizio, invece, dovrebbe essere quello di studiare strategie globali consapevoli del fatto che la guerra così come è nel nostro immaginario non esiste più. Non ci sono più dichiarazioni di guerra, eserciti che si scontrano sul campo di battaglia e trattati di pace. I contorni della guerra sono sempre più sfumati ed è in questo contesto che la diplomazia europea, di un’Europa che rappresenta cittadini e movimenti che vogliono cambiare il mondo, deve agire da protagonista come forza positiva di cambiamento. «Una politica estera che si ponga l’obiettivo di promuovere la pace ed i diritti umani è quindi più realista se delinea una coerente strategia diplomatica, piuttosto che se minaccia costantemente l’uso della forza». Il ruolo dell’Unione Europea, di un’Unione Europea unita e coesa, deve e può essere questo. Se sarà necessario, al costo di sedersi allo stesso tavolo con alcune potenze regionali scomode.

Veniamo quindi alle potenze scomode. Nel 2013 quattro centri studi europei (per l’Italia l’Istituto Affari Internazionali), su mandato dei ministri degli Esteri di Italia, Polonia, Spagna e Svezia, hanno elaborato il rapporto “Towards a European Global Strategy”. Tra le linee d’azione individuate nel rapporto ci sono lo sviluppo di quattro partenariati globali (con Stati Uniti, Turchia, Russia e Cina) puntando alla riforma della governance globale e la rimodulazione dei rapporti con il “vicinato strategico”.

Rispetto agli Stati Uniti si propone di consolidare e rilanciare la relazione transatlantica. La Turchia viene invece individuata come interlocutore regionale imprescindibile, con il quale rafforzare le relazioni sulla base di nuovi settori di cooperazione. Russia e Cina sono invece le due potenze insieme alle quali, non derogando al vincolo del rispetto dei diritti umani, poter immaginare una nuova governance globale.

Per quanto riguarda il vicinato, tale concetto viene esteso a spazi non confinanti con l’Unione Europea, ma nei quali trovano collocazione interessi europei vitali. Parliamo, ad esempio, di Sahel, Corno d’Africa, Medio Oriente, Asia Centrale, Artico, e delle rotte marittime adiacenti ad alcune di queste regioni. A questi paesi vanno aggiunti quelli che ricadono sulla cosiddetta “sponda sud del Mediterraneo”, che da troppo tempo non occupano più l’agenda europea e nei quali si sono verificati fenomeni sociali ai quali l’Unione Europea non solo non ha saputo rispondere, ma che non è stata nemmeno in grado di interpretare pienamente. La visione di Romano Prodi che voleva offrire a questi paesi “tutto tranne le istituzioni” attraverso la Politica di vicinato sembra confermata: i paesi non sono considerati più come una zona cuscinetto, piuttosto come potenziali partner con cui stabilire un rapporto profondo e articolato.

Sono questi gli scacchieri sui quali l’Unione Europea è chiamata a interpretare una nuova politica estera, realista e pacifista. Si tratta di un obiettivo subordinato alla presa di coscienza del compito straordinario che spetta all’Unione Europea, e quindi necessariamente legato alla scelta di condividere e attuare un’unica politica estera. Si tratta di essere pacifisti, ma soprattutto di essere realisti nell’analizzare il contesto internazionale nel quale, ora a maggior ragione, le guerre non sono più necessarie perché non sono più risolutive: la diplomazia si trova quindi a dover svolgere un ruolo allo stesso tempo complicato e necessario, l’unico ruolo in grado di garantire ai cittadini dell’Unione così come ai cittadini degli altri stati un futuro fatto di prosperità, sviluppo sostenibile e crescita.

Nel Rapporto González “Europa 2030” si dichiarava già nel 2010 che: «la politica estera europea non può essere considerata solo un’opzione facoltativa, un ”esercizio di influenza” messo in atto come componente aggiuntiva delle politiche europee basilari, ma una scelta obbligata proprio per garantire gli obiettivi di prosperità, sviluppo equilibrato e crescita che rappresentano il cuore della missione dell’UE».

L’Unione europea non sarà l’attore globale che aspira ad essere se i suoi Stati non assumeranno un impegno più serio nello sviluppare politiche comuni nei campi delle relazioni estere, della sicurezza e della difesa. Attualmente l’Europa non solo non riesce a difendere i propri valori ed i propri interessi, ma non è nemmeno in grado di far emergere le proprie capacità di svolgere un ruolo positivo nel quadro mondiale.

Paolo Sinigaglia e Stefano Catone

Approfondimenti
Legislazione UE sulla politica estera

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