Con la fine del comunismo sono stati gli stessi orizzonti della costruzione comunitaria ad essere messi in secondo piano dalla falsa illusione che si potesse realizzare l’Europa senza i pilastri fondamentali che ne stavano alla base: quello politico e quello militare. Il progetto europeo ha così perduto la sua valenza «storico-politica» e si è trovato ancorato all’ultimo parametro ancora valido, quello economico, fondato sull’obiettivo del raggiungimento di un benessere diffuso.

Cosa sta facendo l’Europa per uscire dalla crisi di identità in cui è caduta?

Un vecchio adagio delle stanze brussellesi recita così: “l’Europa progredisce solamente quando ci si rende conto che anche l’acqua sta bruciando”. Ecco quindi che l’accelerazione dei cambiamenti nell’Unione europea si è avuta solo con la crisi conclamata che però si somma alle modifiche introdotte dal Trattato di Lisbona.

I cambiamenti in corso dovuti alla crisi sono principalmente legati alle “4 unioni” (bancaria, fiscale, economica, politica) che i 4 presidenti (Van Rompuy, Barroso, Juncker e Draghi) hanno presentato a dicembre 2012.
L’unione bancaria è quella su cui si sono fatti i maggiori progressi: si intende un sistema europeo basato su tre pilastri: una supervisione unica sulle banche UE per evitare che alcune banche sfuggano alla vigilanza perchè “coperta” dal proprio stato; un sistema unico di risoluzione delle crisi bancaria per evitare che un eventuale salvataggio metta in crisi un singolo paese; un sistema unico di garanzia dei depositi per tutti i correntisti fino a 100.000€.
Si tratta insomma del meccanismo per spezzare il circolo vizioso tra crisi bancarie e crisi dei debiti sovrani che ha causato problemi alla stabilità dell’euro.
Il disegno dell’unione fiscale ed economica vedrà l’introduzione di un quadro normativo per il coordinamento ex-ante delle politiche di riforma strutturale, rafforzato dalla previsione di accordi contrattuali, obbligatori per i paesi dell’eurozona, tra i singoli paesi e le istituzioni europee; accordi nei quali verranno dettagliati sia gli impegni, sia gli strumenti per realizzarli. In prospettiva si prefigurano passi ulteriori di ‘messa in comune’ della sovranità in materia economica e fiscale, con l’attribuzione al livello europeo di poteri diretti di veto sui bilanci nazionali, nella fase della formulazione, e d’intervento correttivo in caso di deviazione dagli impegni nella fase dell’attuazione. S’intravede dietro queste formulazioni la figura del ministro europeo del Tesoro, dotato di autonomi poteri esecutivi.
Lo spostamento a livello continentale di incisivi poteri sovrani in materia di bilancio pubblico e politica economica sarà assistito dalla creazione di una ‘capacità fiscale’ autonoma dell’eurozona, con il duplice obbiettivo di incentivare l’attuazione delle riforme strutturali e di dotare l’eurozona di uno strumento comune di stabilizzazione anticiclica, nel caso di shock che investano singoli paesi membri. L’obiettivo è di stroncare all’origine possibili crisi di fiducia e conseguenti fenomeni di contagio, come quelli che abbiamo vissuto.

Una volta risolti i problemi economici rimangono in piedi problemi di tipo politico: avanzamenti così importanti non potranno avvenire senza istituire nuovi meccanismi di legittimazione e controllo democratico delle decisioni assunte al livello europeo.
Sul fronte del’Unione politica l’UE ha alcuni problemi da risolvere:
responsabilità: se voti csx o cdx ti immagini un cambio di direzione complessivo
rappresentatività: se voti csx o cdx ti immagini che le persone cambino, invece si guarda sempre a quei leader nazionali (es. Merkel) che sono fuori dalle istituzioni europee.

La soluzione sarebbe quella di costruire uno spazio politico unico: che comprenda partiti veramente europei, un dibattito continentale sulle scelte che porti a decisioni europee non basate su scelte nazionali.

Un primo passo verso questo scenario è la possibilità che la nomina del presidente della commissione sia fatta «tenendo conto» del risultato delle elezioni europee. Alcuni partiti politici per la prima volta hanno indicato il loro candidato alla commissione europea: anche se non c’è un automatismo questo porterà ad una “quasi elezione diretta” che potrà essere importante.
Nonostante la Commissione continuerà ad essere multicolore (i commissari sono scelti dai governi), sarà possibile spezzare in parte la logica consociativa per cui storicamente si cercano intese tra popolari, socialisti e liberali, ovvero la “larga coalizione permanente“. Se dovesse vincere Shultz sarà possibile portare avanti alcune iniziative legislative senza l’appoggio ei popolari ma con una coalizione che potrebbe comprendere i socialisti e poi in maniera variabile la sinistra, i verdi e/o i liberali.

Serve insomma una vera capacità di governo in cui oltre a pretendere disciplina sia possibile prendere o offire decisioni politiche che poi devono avere la possibilità di essere governate, ovvero rese esecutive: questo è l’ultimo fronte di trasformazione per l’Europa.

Paolo Sinigaglia e Giaime Carboni

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