Vent’anni fa, l’Europa significava ben altro. Un modo di affrancarsi dalla grande mamma americana, comodo ombrello e alibi per tutte le stagioni, diventare adulti, darsi una soggettività politica, una difesa, un welfare, un modello di crescita e di competitività, un sistema fiscale e istituzioni davvero comuni, non solo un mercato unico. La moneta era l’escamotage per aggirare le resistenze e arrivare all’unione politica in pochi anni perché il mondo del terzo millennio è troppo grande e competitivo per affrontarlo sfusi, sulle scialuppe indebolite dei vecchi stati-nazione continentali. Più che un’opzione, una necessità storica dopo il letargo ideologico della guerra fredda.

In pratica l’euro non è solo una moneta ma un progetto geopolitico che nelle intenzioni dei promotori avrebbe dovuto trascinare il continente ad un’integrazione politica. Helmut Kohl, lo statista tedesco senza il quale non avremmo l’Europa, diceva che la moneta unica era una questione di guerra o di pace: occorreva uno strumento che rendesse impossibile un nuovo conflitto.

L’UE è l’unica risposta alle sfide globali. Secondo Romano Prodi “Oggi bisogna andare avanti se no la storia ci uccide. Non possiamo mica pensare che nella globalizzazione e nel mondo che è diventato così grande i singoli Paesi possano resistere? Se lo vogliamo fare, possiamo benissimo pensare di tornare indietro, dopodiché è finita. Dopodiché l’Europa e i Paesi europei non avranno più niente da dire per secoli e secoli.”

Pur con le modifiche in arrivo la struttura dell’UE rimane originale: l’iniziativa legislativa è solo della Commissione e non esiste iniziativa legislativa dei parlamentari che rappresentano i cittadini; la commissione deve dividere il potere di governo con il Consiglio che è un’istituzione mista con le funzioni di “camera alta” quale rappresentanta degli stati ma che alla fine decide come un governo.

Se l’Unione europea vuole sopravvivere nei prossimi anni deve risolvere il problema di legittimazione dando più forza alle istituzioni democratiche, ovvero federali, attraverso la creazione di un governo democratico e di un Parlamento con più poteri.

È quindi necessario pensare ad una modifica dei trattati, convocando una Convenzione costituzionale (composta da membri del Parlamento europeo, da parlamentari nazionali, dalla Commissione e dai governi nazionali) col compito di elaborare una nuova costituzione che garantisca sia un assetto duraturo al sistema di governo dell’Unione sia una chiara visione del futuro.
Il nuovo trattato dovrà accrescere la capacità dell’Unione di agire sia al proprio interno che all’esterno, dovrà rappresentare una forte cornice costituzionale entro la quale i detentori del potere esecutivo e del potere legislativo debbano poter effettuare scelte politiche coerenti ed efficaci.

In pratica si chiede la trasformazione dell’eurozona in una vera unione politica, coinvolgendo anche gli Stati che non hanno ancora adottato l’euro, ma sono impegnati a farlo. Nella storia (scriveva De Gasperi) si procede secondo due ali: una è quella della razionalità, ovvero della rappresentanza di interessi, l’altra è quella dell’idealismo.

La novità principale della costituzione dovrebbe essere l’istituzione di un governo federale, con un Ministro del tesoro per l’unione fiscale e monetaria dotato di pieni poteri. Dovremmo quindi trasferire alla Commissione europea la maggior parte dei poteri esecutivi che ancora rimangono nelle mani del Consiglio, trasformando la Commissione in un governo riconoscibile e responsabile. Le dimensioni della Commissione dovrebbero essere ridotte, ed i suoi membri nominati dal Presidente (a sua volta eletto e non nominato dai Capi di Stati e di governo) ed approvati dal Parlamento europeo.

L’eurozona dovrebbe avere una propria capacità fiscale, in grado di contribuire alla stabilizzazione macroeconomica e di costruire una politica proattiva. Il bilancio dell’Unione europea dovrebbe essere finanziato da risorse proprie veramente autonome – come la tassa sulle emissioni di anidride carbonica o sulle transazioni finanziarie – che, differenziandosi dall’attuale sistema di contributi nazionali diretti, permetteranno al nucleo federale di sottrarsi alla paralisi del “giusto ritorno”.
Il bilancio federale dovrebbe via via diventare più significativo fino a superare il 20% del PIL: attualmente è intorno all’1,1% del PIL dell’UE mentre per gli USA ad esempio ammonta al 24,1% (dati 2011)

Il nuovo trattato dovrebbe permettere la progressiva mutualizzazione di almeno una parte del debito sovrano all’interno dell’eurozona, sulla base di condizioni stringenti e dovrebbe permettere di risolvere la natura della BCE, dotandola di tutti i poteri dell’omologa FED in modo che consolidaer l’obiettivo di stabolizzatore dell’economia continentale oltre a quello di guardiano dell’inflazione.

Le due camere legislative, quella del Parlamento europeo e quella del Consiglio, dovrebbero essere messe sullo stesso piano. La composizione del Parlamento dovrebbe essere determinate con regole logiche, trasparenti e comprensibili sulla base della popolazione degli Stati, rispettando il principio della proporzionalità decrescente. Per costruire veri partiti politici europei e di ampliare la dimensione europea della politica, un certo numero di parlamentari europei dovrebbe essere eletto in una circoscrizione pan-europea su liste transnazionali. Il Parlamento deve ottenere il diritto di approvare le modifiche dei trattati e l’adesione di nuovi Stati.

Le restrizioni all’estensione della giurisdizione della Corte di Giustizia dovrebbero essere eliminate e dovrebbe essere facilitato l’accesso alla Corte per i singoli individui.

I futuri trattati dovranno prevedere procedure flessibili e democratiche ed entrare in vigore o una volta ratificati da una maggioranza qualificata degli Stati e dei membri del Parlamento europeo, oppure se approvati con un referendum pan-europeo da una maggioranza degli Stati e dei cittadini. Tali modifiche allineerebbero l’Unione europea a tutte le altre organizzazioni federali o internazionali.

Gli Stati dell’Unione europea non possono essere forzati a fare i passi in senso federale contro la loro volontà. Allo stesso tempo però, a tali Stati non può essere concessa una possibilità illimitata di scegliere e prendere quello che vogliono dall’Unione e di scartare il resto. Anzi, aumentare gli opt-outs à la carte e le deroghe rischia di rompere la coesione dell’acquis communautaire e portare alla disintegrazione.

Per questo motivo si può pensare ad una nuova categoria di membri associati a disposizione di quegli Stati che scelgono di non entrare nell’unione federale: dovrebbero comunque garantire la fedeltà ai valori dell’Unione, ma il loro impegno politico verso gli obiettivi e le politiche dell’Unione sarebbe ridotto

Al fine di raggiungere questi obiettivi è opportuno che si apra un ampio dibattito pubblico sulla proposta di Legge fondamentale dell’Unione europea elaborata dai parlamentari europei del Gruppo Spinelli.

L’Europa non sarà unita se non sarà democratica. E non sarà democratica se non sarà una federazione.

Paolo Sinigaglia e Salvatore Sinagra

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