Nel 1941, confinato a Ventotene, Altiero Spinelli lanciò l’idea che la nuova frontiera tra conservazione e progresso passava tra chi si sarebbe impegnato per la costruzione della Federazione europea e chi avrebbe continuato a perseguire, invano secondo lui, i valori di libertà, democrazia e socialismo, nel quadro nazionale. La guerra che stava insanguinando l’Europa era frutto delle politiche nazionali che non potevano più rappresentare un ideale futuro di pace e progresso.

Grazie a questi e ad altri visionari nel 1957 grazie ai Trattati di Roma è nata la Comunità europea che nel 1993 si è trasformata in Unione europea col Trattato di Maastricht. I passi avanti sono stati molti: da una serie di comunità che si occupavano di energia atomica, di carbone e acciaio e di coordinamento economico si è arrivati attraverso passi successivi al 2009 quando il Trattato di Lisbona ha portato ad un’istituzione unica con una sua coerenza ed una governabilità compiuta.

L’Unione europea ha quasi 60 anni di vita e ultimamente ci siamo abituati a considerarla come un’istituzione compiuta e consolidata, cosa che non è: si tratta al contrario di un processo di integrazione che ha aggiunto mano a mano pezzi di politiche e di istituzioni ad una casa comune. Questo equivoco è fonte di grandi fraintendimenti: vorremmo che l’Europa intervenga in una maniera che le è spesso impossibile perchè gli stati membri non le hanno dato gli strumenti (istituzioni e fondi) per perseguirli.

Gli avanzamenti del processo sono scanditi nel tempo: la libera circolazione è garantita da Schengen è del 1985 ed inizialmente al di fuori dell’UE, il progetto dell’unione economica e monetaria è del 1992, mentre parte della difesa è stata integrata gradualmente assorbendo l’Unione dell’Europa Occidentale a partire dal 1997.

Fino ad ora l’UE ha sempre saputo crescere di fronte alle crisi poiché in questi momenti tutti capiscono quanto le sfide terribili nell’era della globalizzazione abbiano bisogno di essere affrontate con politiche continentali. I problemi sono venuti al contrario dalla mancata evoluzione in alcuni settori che ha lasciato alcune prospettive quasi monche. L’ultima crisi però ha messo a nudo i limiti della costruzione, affiancato al fatto che l’atteggiamento dei leader europei attuali non è più basato sulla solidarietà come nel dopoguerra.

Tutto è filato sostanzialmente bene fino al 2008: appena prima l’Unione europea volava nei sondaggi mentre nel 2012, il gradimento dei cittadini era crollato al 34%. Colpa della crisi che ha alimentato sfiducia in tutte le istituzioni nazionali e sovranazionali. Anche l’Italia tradizionalmente europeista ha cambiato umore.
Si sono addossate le colpe genericamente all’Europa, trascurando il fatto che sono i singoli capi di governo a prendere le decisioni. I governi sono ricorsi alla frase magica “ce lo chiede l’Europa” per coprire la durezza di certe manovre economiche e l’Europa nell’immaginario collettivo è diventato un “mostro dei vincoli”.

Lo scollamento apparente tra quello che l’UE può fare e quello che i cittadini si aspettano che faccia è tutto qui: l’Europa esiste e ci aspettiamo che intervenga, ma spesso non può farlo perché bloccata dai veti dei governi. Proprio Helmut Kohl ricordava che “Rome wasn’t built in a day” e l’integrazione europea è un processo lungo: Romano Prodi in occasione del 50° dei Trattati di Roma disse che ci abbiamo messo 50 anni a fare grandi progressi e ce ne vorranno altri 50 per arrivare ad un punto di completamento.

Ma quali sono i problemi e perchè si è arrivati a questa visione distorta? L’integrazione europea è una costruzione basata sulla legittimazione attraverso i risultati. Diventa cioè importante nel momento in cui porta avanti obiettivi concreti come la pace, il benessere economico, i diritti come la libera circolazione. La narrazione dell’Europa è stata potente dopo la guerra quando era palpabile la necessità di scegliere una diversa strada, quando la narrazione di un orizzonte comune dei popoli e dei cittadini europei era necessaria per riuscire a vedere un futuro diverso.

Si tratta quindi di una crisi di successo che è arrivata nel momento in cui i principali obiettivi sono stati raggiunti. Il metodo funzionalista, ovvero quello della costruzione progressiva dell’europa per settori partendo dal lato tecnico per poi arrivare al lato politico, ha quindi mostrato tutti i propri limiti nel momento in cui non è riuscito a realizzare istituzioni riconoscuite come legittime ma spesso considerate tecnocratiche.

La perdita di legittimità che oggi scontano le istituzioni europee pare anche il frutto di processo di lungo periodo iniziato con il progressivo e silenzioso prodursi di un divorzio tra le due dimensioni che hanno caratterizzato il progetto europeo nello spirito dei padri fondatori: quella politico-ideale e quella economica.

Altiero Spinelli diceva che “le persone vanno e vengono ma le istituzioni rimangono“, per questo motivo l’Europa deve risolvere il problema della legittimazione democratica, tralasciata perchè “tanto ci sono i risultati”, per rendere le proprie istituzioni solide e riconosciute da tutti i cittadini del continente.

Paolo Sinigaglia

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