Stiamo uscendo dalla più grave crisi economica dal dopoguerra ma ancora non abbiamo capito bene quali sono state le cause e quali le politiche emesse in campo per contrastarla.

La crisi globale è partita altrove con il crac dei mutui sub prime degli USA nel 2008 ed ha investito un continente che aveva già i suoi problemi e che quindi ha risposto in maniera differenziata nei diversi paesi.
In paesi come la Gran Bretagna, l’Irlanda, il Belgio e l’Olanda e parzialmente la Francia e la Germania lo Stato ha dovuto effettuare investimenti massicci per evitare fallimenti disordinati della banche ma già nel 2007 il governo britannico fu costretto ad intervenire per salvare l’istituto di credito Northen Rock.

C’è stato poi un circolo vizioso: nei paesi deboli dell’area euro (si intendano Irlanda, Spagna, Portogallo, Italia, Slovenia e Cipro) le banche hanno in portafoglio moltissimi titoli di Stato del paese di residenza, così la solidità delle banche di tali paesi è stata valutata in funzione della affidabilità del debito sovrano dello Stato di residenza, il deterioramento della solidità di tale banche ha quindi fatto crescere l’aspettativa che i paresi deboli dovessero fare interventi di salvataggio della banche in difficoltà e la crisi del debito sovrano e quella delle banche si sono saldate in un “circolo vizioso tra rischio sovrano e rischio bancario”. Ma i problemi erano già lì, in Europa, nel nostro paese e in altri paesi, con economie indebitate che non crescevano e la cui produttività sta complessivamente calando (con situazioni differenziate).

Per risolvere la crisi a livello continentale si sono messe in campo diversi meccanismi, si è tentato di completare, almeno sul versante economico, quell’edificio che era ancora in costruzione dopo l’avvento dell’euro, ovvero una politica economica europea.
L’Unione Europea ha reagito alla crisi con una serie di decisioni e proposte: il varo di un meccanismo di supervisione unica sulle banche europee, la proposta di una tassa sulle transazioni finanziarie (la c.d. tobin tax), la separazione della banca di deposito dalle attività speculative (la c.d. volcker rule), l’imposizione di un limite ai compensi del management delle banche.
A questi si sono aggiunte iniziative esterne all’UE come i vari fondi come FESF e MESF che hanno sostanzialmente preso parte al salvataggio dei paesi in crisi insieme al MES che poi li ha sostituiti per complessivi 485 miliardi di € di aiuti a Cipro, Grecia, Ungheria, Irlanda, Lettonia, Portogallo, Romania, Spagna.

L’altra risposta nel momento di maggior crisi è stato il “fiscal compact“: si è trattato sostanzialmente di una misura politica per tranquillizare i mercati sulla solvibilità del continente nel bel mezzo della battaglia dei differenzali: importante perchè il nostro paese deve rifinanziare circa 400 miliardi di debito l’anno e importante per dare un appoggio alla Germania nel contribuire al salvataggio dell’intero continente senza dover prendere tutti i rischi su du se.
Tuttavia anche il fiscal compact (riduzione di 1/20 della parte del debito eccedente il 60%) non è così cattivo come lo si dipinge: prevede il rientro dal debito quasi automatico quando l’economia dei paesi funziona, con una crescita del PIL nominale (Pil reale + inflazione) del 2,6%, mentre quando non funziona, per recessione o deflazione, sono previste una serie di circostanze che sospendono l’applicazione del vincolo.

In realtà quindi oltre al “patto di stabilità e crescita” (il limite del 3% del deficit che rimane immutato nei prossimi anni), sarà vincolante ottenere il pareggio strutturale di bilancio (non è possibile sforare oltre lo 0,5%).

Una pietra miliare della stabilizzazione della crisi si deve a Mario Draghi che a fine luglio 2012 ha dichiarato: “Nell’ambito del suo mandato, la BCE è pronta a salvaguardare l’euro con ogni mezzo. E credetemi, sarà sufficiente“. Si tratta dell’atteso “bazooka” che poi prenderà la forma delle “OMT”, ovvero il programma di acquisto illimitato dei titoli di stato di paesi in grave difficoltà a fronte di condizioni da rispettare. Il programma non è mai stato messo in pratica ma è stato sufficiente a fermare la speculazione, tuttavia non si tratta di un risultato definitivo poichè questa decisione è stata impugnata dalla Corte costituzionale tedesca in quanto violerebbe il divieto di finanziamento dei debiti degli stati fissato nei trattati.
La soluzione stabile alla crisi però da cosa potrà arrivare? È necessario rilanciare il progetto degli EuroBond, ovvero della mutualizzazione di una parte del debito (per esempio quello eccedente il 60%) dell’eurozona. Questo sarebbe il momento giusto: titoli garantiti dalla BCE attraverso le singole banche centrali potrebbero essere emessi a tassi appena superiori l’inflazione programmata liberando per l’Italia da 8 a 15 miliardi/anno e renderebbero sostanzialmente inutile il fiscal compact.

Il problema però è di tipo politico: bisogna capire come introdurre gli EuroBond gradualmente. Si potrebbe partire con i titoli a breve termine, tipo Eurobill, e usarli come esca per creare un mercato liquido appetibile per gli investitori (convincendo così anche la Germania) e nello stesso tempo gettare le basi istituzionali per ampliare il processo e renderlo strutturale. Si può procedere per stadi e mettere in comune altri pezzi di debito in base alla scadenza, passando ai titoli decennali con il sistema suggerito da Prodi e Quadrio Curzio (EuroUnionBond), fino al sistema dei BlueBond suggerito da Delpla e von Weizsäcker.

Paolo Sinigaglia e Salvatore Sinagra

Approfondimenti
Legislazione UE su economia e moneta

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