La difesa deve essere comune

L’Italia ha storicamente svolto un ruolo importante nella promozione di una politica di difesa comunitaria. Tra i principali interpreti ci fu Alcide De Gasperi, sostenitore della prima ora del piano Pleven, con il quale si immaginava la nascita di un esercito europeo anche per evitare il riarmo tedesco.
L’obiettivo di De Gasperi, però, non si limitava all’integrazione militare, ma andava ben oltre, mirando a fare della Comunità Europea di Difesa il nucleo di un progetto di maggiore integrazione politica sovranazionale, approfittando delle contingenze internazionali. Jean Monnet, nelle sue memorie, ricorda così l’impegno di De Gasperi: “Questa la tesi che De Gasperi sosteneva senza tregua: L’esercito non è fine a se stesso, è lo strumento di una politica estera. È al servizio di un patriottismo. Il patriottismo europeo si sviluppa nel quadro di un’Europa federale”.
Purtroppo il cammino della CED si interruppe bruscamente, da un lato a causa di cambiamenti dello scenario internazionale (la fine della Guerra di Corea e la morte di Stalin), dall’altro lato a causa di opposti estremismi in seno ai Paesi europei. Nel 1954, anno della morte di De Gasperi, tramontò definitivamente il progetto nel momento in cui il Parlamento francese bocciò il trattato: comunisti e gollisti, uniti da un’inedita convergenza, si trovarono ad intonare assieme la Marsigliese.

A distanza di molti anni, una politica comune di difesa per l’Unione Europea pare ugualmente impossibile.

Solo con il Trattato di Maastricht del 1991 si è tornati a discutere della difesa europea. «Con la creazione e la successiva espansione della Politica Europea di Sicurezza e Difesa (Pesd), ora denominata Politica di Sicurezza e Difesa Comune (Psdc), e grazie all’incorporazione dell’Unione Europea Occidentale, l’UE ha acquisito una serie di strumenti operativi e istituzionali per la gestione delle crisi. Dal 2003, anno in cui la Pesd è divenuta operativa, l’Unione è stata in grado di effettuare 25 operazioni, 17 delle quali civili o civili-militari» (i cosiddetti Compiti di Petersberg).

Ciò detto, e nonostante la consapevolezza dei risultati ottenuti, la maggior parte degli eserciti europei non è organizzata in maniera sinergica. Ciascuno di essi, impegnato a soddisfare le proprie esigenze strategiche, mantiene forze armate costruire in maniera unilaterale.
Si tratta di un meccanismo che causa gravi problemi, perlomeno su due versanti: il primo versante riguarda le risorse stanziate, dato che in assenza di economie di scala i costi di gestione e mantenimento incidono pesantemente sui bilanci statali, già fortemente stressati dall’attuale congiuntura economica. Il secondo versante, strettamente correlato con il primo, riguarda l’incapacità di effettuare investimenti capaci di modernizzare gli eserciti nazionali, il che «fa si che una grossa parte dei 200 miliardi di euro che l’Europa spende ogni anno per la difesa vada sprecata».

Discende perciò la necessità che i Paesi dell’Unione Europea adottino un nuovo approccio, dato che l’Europa non sembra giustamente rassegnata a vivere da semplice spettatore i fatti internazionali, soprattutto nel momento in cui accadono ai propri confini.

Al momento, però, di integrazione di programmi e risorse nel campo della difesa comune si è solo molto parlato, trovando ampie convergenze tra i leader dei principali Paesi europei: a livello pratico numerosi impegni sono stati disattesi e le ragioni sono da ricercarsi perlopiù nell’indisposizione degli stati nazionali a cedere quote di sovranità che porterebbero a far dipendere la propria sicurezza da interventi esterni o, addirittura, ad affidare integralmente la propria protezione ad un altro Stato. Ogni processo di integrazione risulta perciò inevitabilmente rallentato, nonostante ciò impedisca quel salto di qualità che si otterrebbe «dal finanziamento congiunto della ricerca per la difesa, dalla cooperazione nello sviluppo degli armamenti, dalla manutenzione comune di attrezzature ed equipaggiamenti e dalla condivisione dei ruoli difensivi».

Con il passare degli anni hanno preso vita alcune esperienze di difesa comune all’interno del quadro europeo. Sono stati creati, ad esempio, la “Forza di reazione rapida“, i Battle Group e alcuni progetti multinazionali come Eurocorps, Eurofor, Euromarfor. Si tratta però di esperienze al solo livello operativo e costituite su base volontaria solo da alcuni stati. Una vera identità europea di difesa, nonostante gli accordi con la NATO, non è in realtà ancora stata costruita. Merita di essere citato l’articolo 42 del Trattato di Lisbona, il quale prevede una “cooperazione strutturata permanente” nel campo della difesa che non è mai stata attivata: la direzione assunta dalla politica comune di difesa e sicurezza rimane oggi intergovernativa e non comunitaria.

L’Italia, insieme a Francia, Germania, Spagna e Polonia sta svolgendo un ruolo d’iniziativa costruttiva, grazie anche all’impulso che viene dal Parlamento europeo, e sta spingendo su integrazione più rilevante. In particolare il nostro paese ha sviluppato il documento “More Europe”, che si sviluppa cinque punti: impegno, capacità, connettività, connessione, approccio comprensivo per “uscire dall’equivoco” e pensare a strutture politico-militari integrate.

I dati elaborati dall’Agenzia europea della difesa indicano che la spesa europea per la difesa, nel 2010, ammontava a 194 miliardi di euro, mentre la spesa sostenuta dagli Stati Uniti ammontava a 520 miliardi. Al fine di valutare la capacità operativa, la Commissione europea ha finanziato uno studio che adotta una metodologia basata sul confronto delle prestazioni operative nostrane con quelle statunitensi, prendendo come base di partenza un confronto effettuato nel 2003 dall’Institut Royal Supérieur de Défense belga, poi accettato dal Parlamento europeo e dal Consiglio europeo: le forze armate europee, nel loro complesso, esprimerebbero una capacità operativa pari al 10% di quelle statunitensi. Un’analoga analisi effettuata dall’Heritage Institute stima invece l’efficienza delle forze europee al 15% di quelle Usa. Nella discrepanza tra risorse investite e capacità operative evidenziata dal confronto con gli Stati Uniti sta tutta la possibilità di risparmio ed efficientamento a livello europeo.

È in questo spazio che la difesa comune europea deve recuperare il percorso immaginato da De Gasperi, non limitandosi al solo coordinamento operativo ma disegnando strategie di più lungo periodo, che mirino alla maggior integrazione possibile e a gettare le basi per un nuovo modello di difesa.

Sono necessarie parole chiare, a partire da “esercito europeo”, perché chi ha paura di parlare apertamente della necessità di un esercito europeo nasconde la mancanza di volontà di proseguire con decisione sulla strada che porta all’integrazione delle politiche di difesa.

In secondo luogo, la seconda parola da pronunciare è “disarmo”. Come abbiamo visto, una forte integrazione dei sistemi di difesa nazionali apre la strada verso risparmi economici, miglioramento tecnologico e, inevitabilmente, verso una riduzione dei sistemi d’arma attualmente in dotazione agli eserciti nazionali. Non si tratta di essere idealisti, ma di essere pacifisti concreti, consapevoli che domani, al mondo, le armi ci saranno ancora, ma che una “transazione verso il disarmo” – per usare le parole della Rete Italiana Disarmo – è un’opzione concreta e possibile.

Infine: “difesa civile nonviolenta”. Sono queste le ultime parole delle quali tenere conto per costruire un nuovo modello di difesa europeo. L’idea di costituire un Corpo civile di pace europeo è stata lanciata nel 1992 da Alexander Langer ed è resa attuale dal progressivo mutamento della forma della guerra. I corpi civili di pace offrono strumenti diversi rispetto agli strumenti ordinari con i quali si affrontano le crisi internazionali: strumenti della nonviolenza, che si concretizzano in azioni come l’interposizione e la riconciliazione tra le parti in conflitto.

Le politiche di difesa e disarmo appaiono tra le più difficili da affrontare a livello europeo. Eppure costituiscono il cuore dell’ideale europeo, che trova le proprie fondamenta nell’aspirazione di restituire al continente europeo pace e prosperità. Un’aspirazione che inevitabilmente si proietta al di fuori del contesto europeo e che l’Unione Europea potrà realizzare solamente dopo aver trovato la giusta coesione al suo interno.

Paolo Sinigaglia e Stefano Catone

Approfondimenti
Legislazione UE sulla difesa

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