Vero collante dell’Europa, più dell’economia e dell’Euro, è la cultura. Quell’atteggiamento “frutto di secoli di scambi, viaggi e vicinanza” che, secondo Eric Jozsef, “costringe ogni momento a pensare al nostro passato comune e dunque anche al futuro”. Sempre Jozsef sottolinea la contraddizione di una comunità di stati che si sono dotati di una politica economica comune, ma non di un modello culturale condiviso. “L’Europa deve essere incarnata dalla cultura, l’elemento più importante dello stare insieme.”

Questa è proprio l’idea che sta alla base del nuovo programma “Europa Creativa“. I settori culturali e creativi rappresentano un buon esempio di quel che si può ottenere unendo le risorse e lavorando insieme per superare i problemi transnazionali e per cogliere ogni opportunità di ampliare l’impronta culturale dell’Europa su scala mondiale. L’UE ha infatti scelto di puntare anche sul cinema e l’industria culturale e creativa per stimolare la ripresa della crescita economica e dell’occupazione.

La cultura, si sa, va controcorrente. E infatti durante la crisi economica le imprese culturali e creative sono state più resilienti e resistenti alla generalizzata caduta di investimenti e posti di lavoro. Tra il 2000 e il 2007 mentre la crescita economica Ue si fermava a una media dell’1%, quella del comparto culturale aumentava del 3,5%. La Commissione europea ha riscontrato che alcuni settori hanno aumentato gli occupati soprattutto tra i giovani.

Oggi il settore impiega 8,5 milioni di cittadini europei (200 mila in Lombardia e 121 mila in Piemonte) e rappresenta 1,5 milioni di aziende (ancora 68mila in Lombardia e 32 mila in Piemonte). La cultura produce il 4,5% del Prodotto interno lordo europeo. Anche se è in realtà molto di più di una mera cifra. Con il programma Europa creativa 2020 i fondi europei per le imprese creative e culturali sono aumentati del 9%: in tutto gli investimenti previsti per il settennato 2014 -2020 ammontano a 1,46 miliardi. Il punto è: come usarli? Con quale visione della cultura europea?

Cultura significa patrimonio culturale, inestimabile quello europeo, istruzione e anche innovazione. Oggi l’industria culturale e creativa non è se non è innovativa, intelligente, digitale. Se l’Europa da una parte ha la possibilità di competere a livello globale grazie a un patrimonio storico e artistico, senza pari a livello figurativo e una produzione culturale di eccellenza nel cinema e nel teatro, nella musica classica, nell’architettura, l’Ue può continuare a essere un punto di riferimento solo se guarda al futuro e punta all’avanguardia del settore dei media, facendo della digitalizzazione uno strumento al servizio della cultura, dalle produzioni video al design. Basti pensare i risultati ottenuti dalla Francia nel cinema di animazione o alle nuove prospettive che la digitalizzazione offre ai musei per diventare luoghi in cui il visitatore è protagonista.

Si tratta di frontiere dove le competenze sono nuove e i posti di lavoro soprattutto giovani sono da inventare e che vanno sostenuti con finanziamenti agevolati e sostenendo la replica dei modelli vincenti di altri Paesi europei.
Se per gli artisti servono i fondi, alle imprese e alle istituzioni culturali serve anche il management. Serve dunque mettere in rete e far circolare le migliori pratiche di gestione culturale delle istituzioni pubbliche e private del continente. In un’ottica attuale, in cui la cultura, il museo, il patrimonio artistico deve essere partecipato: si devono implementare i processi di scala con cui anche le piccole imprese di innovazione culturale possono esportare il loro modello in diversi Paesi dell’Unione.
Per esempio sostenendo la digitalizzazione e la condivisione del patrimonio delle biblioteche e dei musei europei tramite la piattaforma Europeana.

Per garantire che il lavoro culturale sia una strada percorribile anche in tempi di crisi, bisogna capirne la specificità. I lavori creativi sono per forza di cose legati a cicli di progetti. I lavoratori del settore quindi hanno però bisogno di essere tutelati anche nei periodi in cui non sono attivi. Si potrebbe quindi iniziare a discutere dia un sistema europeo di inquadramento dei lavoratori creativi, sulla base di quanto già sperimentato in Francia.
Infine, ma in realtà per prima cosa, la grande priorità su cui l’Ue deve puntare è il potenziamento della ricerca. Con il programma di finanziamento Horizon 2020, l’Ue sta scommettendo su grandi progetti di frontiera come lo Human Brain Project, progetto di ricerca sulle neuroscienze e l’intelligenza artificiale che nemmeno Giappone e Stati Uniti sono stati capaci di mettere in piedi. Tuttavia, se possiamo vantare programmi di avanguardia, il parlamento europeo nel suo rapporto sugli obiettivi per l’Europa 2020 ha sottolineato come l’Unione ha bisogno di qualificare ancora di più il settore, facendo diventare la carriera di ricerca più appetibile, soprattutto nelle prime fasi.

Esistono però alcuni problemi da superare. Il primo consiste nel fatto che il paesaggio europeo è caratterizzato da una moltitudine di aree culturali e linguistiche che si traducono in uno spazio culturale frammentato, fattore che limita le possibilità per gli operatori creativi di raggiungere un pubblico al di fuori del proprio paese di origine.
Poi c’è la globalizzazione e la digitalizzazione che stanno modificando significativamente il modo di fare e di distribuire l’arte, nonché di fruirne. Questa fase di trasformazione interessa anche il modo in cui il pubblico interagisce con le arti e quello in cui le istituzioni culturali attraggono il loro pubblico.
Infine la carenza cronica di accesso ai finanziamenti che interessa questi settori. Davanti a una richiesta di prestito le banche, per mancanza di conoscenze approfondite, tendono a considerare le imprese creative come “a rischio”. È raro, ad esempio, che un ente creditizio abbia una grande esperienza nello stimare il valore di attività immateriali quali i diritti di proprietà intellettuale.

Il nuovo programma tenta di affrontare questi obiettivi sostenendo il cinema europeo e i settori culturali e creativi, permettendo loro di contribuire maggiormente all’occupazione e alla crescita. Beneficiari del programma saranno artisti, professionisti della cultura e organizzazioni culturali in ambiti quali le arti dello spettacolo, le belle arti, l’editoria, il cinema, la TV, la musica, le arti interdisciplinari, il patrimonio culturale e l’industria dei videogiochi permettendo loro di operare in tutta Europa, raggiungere nuovi pubblici e sviluppare le abilità necessarie nell’era digitale. Aiutando le opere culturali europee a raggiungere nuovi pubblici in altri paesi, il nuovo programma contribuirà anche a proteggere e promuovere la diversità culturale e linguistica dell’Europa.

In totale il programma contribuirà a finanziare almeno 250.000 artisti e operatori culturali, 2.000 cinema, 800 film e 4.500 traduzioni di libri e lancerà un nuovo strumento di garanzia finanziaria, che consentirà alle piccole imprese nei settori creativi e culturali di avere accesso a prestiti bancari per un importo fino a 750 milioni di EUR.

Un grande piano di alfabetizzazione europea
La cultura è quindi il fondamento della società. E la società europea di oggi ha bisogno di una cultura europea e all’altezza dei tempi. Tre le priorità europee, dall’Agenda di Lisbona in poi, c’è la lotta all’abbandono scolastico e il passaggio all’idea della formazione permanente. Tuttavia finora le analisi comparate sulla scuola, comprese le valutazione delle competenze linguistiche e matematiche dei giovani europei passano dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo. L’Europa ha sviluppato programmi per un nuovo modello di insegnamento e di apprendimento delle scienze come il S-Team project lanciato ufficialmente nel 2012. Ma avrebbe bisogno di promuovere le migliori pratiche nell’istruzione a tutti i livelli, dagli asili di Reggio Emilia in su.
Sarebbe quindi importante condurre un’indagine organica sul sistema di istruzione europeo con l’obiettivo più a lungo termine di mettere a punto dei programmi scolastici davvero pensati nel quadro dell’Unione, magari da introdurre gradualmente. E che diano il giusto spazio alle specificità europee: basti pensare allo sviluppo dell’agorà, e poi Comuni, alla cultura della piazza e della città, come primo nucleo della democrazia e del vivere comune.

L’Ue dovrebbe insomma iniziare ad affrontare la sfida della cultura europea come una vera emergenza, a partire proprio dalle istituzioni educative, rafforzando anche il ruolo degli Istituti europei, come quello italiano di Firenze. Ovviamente in questo quadro vanno implementati i programmi di mobilità dall’Erasmus al Comenius, favorendo scambi tra docenti e forse iniziando a pensare a un programma di mobilità per gli studenti delle superiori.

L’Unione dovrebbe stringere un patto con i media europei che preveda una maggiore informazione non solo sull’Ue in sé, ma sulle specificità della cultura europea e soprattutto sugli altri Paesi Ue perché gli europei hanno ancora bisogno di conoscersi. Un patto da sottoscrivere con il mondo dei media, senza togliere lo spazio della critica, ma anzi promuovendo inchieste anche critiche sulle istituzioni, abitudini, iniziative dei diversi Paesi. I parlamentari europei stessi devono diventare testimoni della cultura europea. E gli uffici di informazione del Parlamento europeo dovrebbero essere coinvolti nel lancio di campagne culturali coordinate nei differenti Paesi.

Molto del successo dell’UE dipenderà dalla capacità di aggregazione della civitas europea intorno alle proprie migliori eredità culturali, nella loro portata di testimonianza ideale, reale e simbolica. C’è insomma bisogno di un patrimonio culturale che sia direttamente figlio dell’Unione, nel nome di tutti i valori citati nei trattati: il giorno in cui esso emergerà avremo non solo il patrimonio culturale dell’Unione, ma l’Europa unita stessa.

Paolo Sinigaglia e Giovanna Faggionato

Approfondimenti
Programma Europa Creativa
Legislazione UE sulla cultura

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