Le elezioni europee sono alle porte, che effetto ti fa essere uno dei candidati?

È un effetto fortissimo: l’Europa è sempre stato uno dei temi che mi appassiona di più, fin da ragazzino. Si tratta in qualche modo del coronamento di un’impresa collettiva che mi ha visto protagonista insieme a tanti compagni entusiasti nel lavoro per le primarie di Giuseppe Civati dello scorso dicembre. Ho conosciuto tantissime persone che hanno voluto impegnare il loro tempo e la propria professionalità per un ideale comune: una storia commovente. Sono stato quindi molto orgoglioso quando il gruppo lombardo mi ha chiesto la disponibilità a candidarmi: senza di loro non avrei mai potuto accettare una sfida così grande. Non per niente il mio slogan è “Noi, europei”: l’impresa è collettiva.

La tua attività politica, come dici nella presentazione nel sito, è di lunga data ed è sempre stata a sinistra. Che senso ha per te, oggi, parlare di sinistra nel PD di Renzi?

Mi interessa più parlare di centrosinistra senza trattino: quello “nuovo” che è molto simile a quello vecchio ovvero l’Ulivo. Se vogliamo pensare di governare questo paese dobbiamo cercare di essere inclusivi e raccogliere attorno ad un nucleo forte, che necessariamente è il PD, quei soggetti politici che abbiano cultura di governo e vogliano intraprendere un percorso insieme. Il termine giusto potrebbe essere ulivista: in fondo, come dice spesso Civati, mi sento un socialista liberale o un liberal-sociale nel senso che ad una politica economica che cerca di stare nel solco europeo dell’economia sociale di mercato, cioè che riconosce le due gambe del libero mercato (regolato) e della concorrenza da una parte e delle politiche sociali e del welfare dall’altra, si affiancano le rivendicazioni dell’ambientalismo e diritti civili come elementi fondamentali della modernità. Questo sembra strano solo in Italia: in realtà è normale nel mondo anglosassone o nel nord Europa. In pratica è quello che tentava di dire #OccupyPD: è questo il vero PD.

Tra i temi che ti stanno più a cuore ci sono senza dubbio la sostenibilità e la tutela dell’ambiente. Quali sono le proposte che pensi di voler portare in Europa, se eletto?

Intanto dobbiamo riconoscere il ruolo fondamentale dell’Europa che ha lavorato molto bene negli ultimi anni in questo campo. Abbiamo avuto obiettivi ambientali importanti, per esempio sul riciclo dei rifiuti al 50% nel 2020, sulle emissioni inquinanti (basti pensare alle norme euro x per i veicoli) oppure alla strategia 20-20-20 per cui il continente vuole garantire il 20% di abbattimento dei gas serra sul 1990, il 20% di risparmio energetico, il 20% di rinnovabili rispetto alle previsioni 2020. Tutti questi obiettivi sono già in revisione per il 2030 e dispiace che siano poco conosciuti nonostante contribuiscano alla qualità della vita dei cittadini europei in maniera rilevante e pongano il continente in posizione di leadership mondiale su questi temi. La mia proposta è quella di aggiungere il nuovo obiettivo della riduzione del consumo di suolo a livello europeo: se è possibile in altri paesi membri perché non deve diventare un traguardo continentale?

E per quanto riguarda l’internazionalizzazione? Quali opportunità ci sono in Europa, ci sono esempi da seguire, o cose che dovremmo evitare?

Parlerei più che altro delle possibilità di innovazione e di ricerca che sono sempre più internazionali. Fino ad ora i cosiddetti “programmi quadro” sulla ricerca (si è appena concluso il settimo) erano pensati per gli atenei e gli enti di ricerca ma il prossimo programma si orienta anche sulle piccole medie aziende che avranno più facilità ad entrare in partnership in un progetto all’interno di Orizzonte 2020 che è il nuovo programma appena partito. L’Europa si è data come obiettivo il raggiungimento del 3% di spesa sul PIL proprio in ricerca e  innovazione entro il 2020 (siamo intorno all’1% in Italia): questo risultato contribuirebbe all’uscita dalla crisi perché è oramai chiaro che gli investimenti in R&S costituiscono un motore di crescita a lungo termine.

Ultima domanda, che cosa significa per te Europa?

Mi sento un “nativo europeo” per cui l’Europa ce l’ho dentro. Sono convinto che il nostro paese debba contribuire al sogno di un’Europa più unita: si tratta dell’unico obiettivo possibile per rimanere protagonisti a livello globale ora che si sono affacciati nuovi colossi emergenti come la Cina, l’India e il Brasile ad affiancare i classici USA e Russia. Naturalmente l’Europa deve ancora fare molta strada: non si tratta di una costruzione fatta e finita bensì di un processo e toccherà a noi tutti costruirla mattone per mattone, nella prospettiva federale ovviamente, per arrivare ad avere un vero Governo europeo dotato di bilancio e un Parlamento europeo che possa avere iniziativa legislativa come in qualsiasi organizzazione federale che si rispetti. Sarebbe straordinario contribuire a concretizzare questo sogno proprio dal Parlamento europeo.

Intervista di Federico Quadrelli pubblicata su Formiche.

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