Ecco il testo del mio intervento a Bologna, l’11 maggio.

«Ho appena concluso un interrail, come quelli che in molti abbiamo fatto quando eravamo più giovani, un interrail fatto come se fosse la prima volta, per conoscere l’Europa. Per molti di noi è stato il primo lungo viaggio da soli, il primo che ci ha fatto toccare con mano le diversità, le opportunità.

E in questo viaggio ho visto delle cose. Lasciatemi parodiare il famoso monologo di Blade Runner, e dire che: ho visto cose. Ho visto cose che noi umani in Italia non osiamo più nemmeno sognare, sommersi come siamo anche in queste ore da ondate di malaffare e ruberie, immersi in un pantano che rischia di farci perdere la speranza in noi stessi, ogni giorno di più.

Ho visto cose a Groningen, dove le auto sono state espulse dal centro e dominano le bici. Mentre noi siamo il paese europeo con il maggior numero di auto private per abitante, che vanta il primato delle 17 città con la peggiore qualità dell’aria sulle trenta pecore nere d’Europa; continuiamo a far finta di niente e anzi insistiamo con opere inutili e costose come la Pedemontana, la BreBeMi o la TEM in Lombardia, che si trasformano in un buco di fondi pubblici e non si riesce a finire.

Ho visto luoghi come l’Aja dove l’amore non ha confini di nazionalità e di genere, e coppie dello stesso sesso possono coronare il loro sogno di sposarsi e di adottare dei figli. Mentre dalle parti nostre chi è pro-vita, quando si parla di aborto, si scaglia ferocemente contro l’idea che una coppia adulta e consapevole metta al mondo un figlio con la fecondazione eterologa, alimentando così il più vasto flusso di turismo procreativo presente in Europa, con costi umani ed economici incalcolabili.

Ho visto i docks di Londra, dove gli investimenti pubblici e privati si alleano e danno vita alla Silicon Valley europea, e dove non esiste la prassi dei finanziamenti a pioggia che non creano lavoro.

Ho visto Espoo dove le politiche degli enti pubblici hanno innescato una trasformazione urbana verde e sostenibile grazie a investimenti in innovazione che hanno coinvolto le aziende: la conoscenza generata e il capitale sociale accumulato hanno portato sviluppo per tutta l’area.

Ho visto Lille, con un millesimo del nostro patrimonio artistico e paesaggistico, che è diventata un polo di attrazione per studenti provenienti da tutto il mondo e creativi di fama internazionale, grazie ad investimenti strategici nella cultura, durati per trent’anni. Non mi piace fare esempi in negativo, ma dobbiamo dire che in Italia non è bastato che Pompei fosse patrimonio dell’umanità per evitare un disfacimento che in altri stati Europei non sarebbe stato nemmeno lontanamente possibile.

Mi sono entusiasmato per Friburgo, che ha sicuramente meno giorni di sole di Roma, ma che è la città più solare d’Europa: dove il consumo di suolo zero è un must e un intero quartiere è occupato da abitazioni che producono più energia di quanta ne consumino. E mi sono disperato pensando alla Lombardia, dove ci mangiamo una media di 20 campi di calcio al giorno a suon di colate di cemento.

Ho visto cose. Ho visto Vitoria, in Spagna, dove per ogni cittadino ci sono 25 metri quadri di verde urbano e l’acqua è un bene prezioso che non viene sprecato, anche grazie all’applicazione minuziosa di tutte le direttive europee sul consumo, rispettate al 100%.  E mi sono sconfortato, pensando a Milano, dove l’esposizione universale poteva essere occasione di un nuovo modo, leggero e pulito, di fare promozione territoriale e invece si è tradotta in una colata di cemento che si è inesorabilmente portata via altro verde, a Rho come al Portello. Dove si dice che per fare in fretta bisogna abbassare l’asticella dei controlli antimafia e si può pure rinunciare ad un po’ di sicurezza sul lavoro: salvo poi ritrovarsi dopo vent’anni le stesse identiche persone che avevano architettato il sistema malato di Tangentopoli, un sistema di potere parallelo a quello dell’amministrazione guidata da Roberto Maroni in totale continuità con l’era formigoniana.

Poi però vedo posti come Reggio Emilia, dove l’inceneritore si spegne davvero e non solo a parole, e gli obiettivi ecologici di 20/20/20 si raggiungono in anticipo sui tempi, grazie ad un lavoro minuzioso fatto di investimenti sulla raccolta differenziata civile e industriale porta a porta, di riduzione degli sprechi anche grazie all’introduzione di incentivi fiscali che rendono conveniente riutilizzare e recuperare materia. E dove un nuovo modello di smaltimento genera un ciclo economico virtuoso, di rioccupazione e riconversione delle aziende.

Oppure vedo Solza, che approva un piano di governo del territorio a consumo zero di suolo o Vipiteno dove l’innovazione tecnologica viene messa al servizio del risparmio energetico e grazie ad un mix di eolico, mini-idroelettrico e geotermico diventa un comune 100% rinnovabile o ancora Ferrara dove le biciclette diventano il mezzo di trasporto quotidiano grazie a scelte oculate e coraggiose degli amministratori.

E vedo anche il consiglio comunale meneghino -e molti consigli di zona- che appoggiano progetti ambiziosi come VenTo, il percorso di cicloturismo da Torino a Venezia, anche se il Po non passa da Milano, perché hanno colto le potenzialità di questo progetto. Con 80 milioni di euro si realizzerebbe la più lunga pista ciclabile italiana e una delle più lunghe d’Europa, aprendo finalmente un’ecovia degna dei più avanzati paesi europei che porterebbe redditi per 100 milioni di € l’anno.

Infine vedo le 80 città dell’associazione Comuni Virtuosi che mettono insieme tutte queste pratiche per migliorare la qualità della vita dei propri cittadini e tutelare i Beni Comuni.

Allora penso che anche noi ce la possiamo fare, che siamo europei come loro, come i cittadini di Groeningen, Lille, L’Aja, Friburgo: il “movimento 12 stelle” come lo ha definito Civati. Siamo europei e abbiamo il diritto di puntare a quegli standard, cambiando innanzi tutto il nostro paese, mettendo in atto una vera e propria “rivoluzione della normalità”, sfruttando le opportunità che l’Europa ci dà invece che piangerci addosso.

Non è colpa della Renania-Vestfalia se la Lombardia all’ultimo anno di programmazione dei fondi europei (2007-2013), degli oltre 1,3 miliardi di euro a disposizione ne abbia spesi poco meno della metà, salvo poi lamentare i sacrifici imposti dall’Unione. Non è colpa dell’Olanda se complessivamente il nostro paese ha speso solo il 49% dei 49 miliardi di € complessivi. È responsabilità di una classe dirigente incapace, che noi ci candidiamo a sostituire con l’impegno di chi approfondisce e parla solo di ciò che conosce.

Abbiamo la convinzione che l’Europa sia la strada giusta: siamo nativi europei e federalisti senza paura. E sappiamo che soltanto un’Europa politica, unita da obiettivi di solidarietà ed eguaglianza, può farci ancora crescere e diventare quello che già dovrebbe essere, la prima nostra appartenenza, per sentirci “noi, europei”.»

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Bio
Ingegnere informatico e giornalista si occupa di progetti di comunicazione. Ha frequentato il mondo delle “start-up” e lavorato come ricercatore nel campo dell’innovazione. È presidente di Italia Nostra Lombardia.
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